Il ROS dà i numeri

Spesso forum, Facebook ed altri punti di espressione libera sulla rete forniscono spunti di riflessione su molti dettagli che circondano il nostro hobby. Questa volta sono incappato in uno scambio di opinioni tra utenti di un gruppo Facebook in cui uno sosteneva che dire “ROS=3” fosse al pari di una bestemmia in quanto la dicitura corretta era “ROS=1:3“. Usare un solo numero – spiegava l’utente – fa sparire il concetto di rapporto. Ma è vero?

La definizione di ROS

Per poter ragionare su questo argomento è necessario partire dalla definizione di ROS (chiamato “SWR” in inglese):

ROS = |Vmax|/|Vmin|

dove Vmax è il valore di massima ampiezza dell’onda presente sulla linea e Vmin quello della minima. I simboli “|…|” indicano l’operazione “modulo” che ha come risultato sempre valori positivi o nulli.

Pertanto, per definizione di “massimo” e “minimo”, abbiamo che il numeratore (|Vmax|) è sempre maggiore o uguale al denominatore (|Vmin|). Da ciò consegue che il valore “ROS”, risultato di tale divisione, è un numero sempre maggiore o uguale a 1. ROS=1 signifca che |Vmax|=|Vmin|, cioè perfetto adattamento; ROS=∞ significa che Vmin=0, cioè riflessione totale o massimo disadattamento.

Come scrivere il ROS

Come si scrive quindi il ROS? È veramente una “bestemmia” scriverlo con una sola cifra N? E se si usano due cifre, bisogna scrivere N:1 o 1:N, indicato nel post all’inizio come “forma corretta”?

È innegabile che nel mondo amatoriale radiantistico ci sia la prassi di indicare il ROS con due cifre X:Y. Purtroppo però la forma 1:N, indicata nel post Facebook riportato all’inizio, è però totalmente errata. La definizione di ROS prevede che il numeratore sia maggiore o ugale al denominatore: pertanto ROS=1:3 è un valore impossibile, dato che 1<3.

La forma corretta diffusa nel campo radioamatoriale è la N:1″. Ne vediamo esempi autorevoli ad esempio nell’ARRL Antenna Book:

Oppure nel manuale dello Yaesu FT857:

Questa abitudine è però consolidata solo nel campo amatoriale. Nel mondo ingegneristico e professionale, il ROS viene sempre indicato con un solo numero.
Vediamo ad esempio la Hewlett-Packard:

Oppure la documentazione Rohde & Schwarz:

La Narda, per i suoi attenuatori:

Gli strumenti di misura:

Infine le lezioni di “Microwave Engineering” dell’Università della California:

In sostanza, normalmente il ROS viene espresso con un solo numero ad eccezione di CB e radioamatori, che spesso lo indicano aggiungendo “:1” alla fine di tale valore.

L’importanza del rapporto

Il post di Facebook citato all’inizio faceva leva sul fatto che, usando un solo numero, sarebbe sparito “il concetto di rapporto”. Ma che impatto potrebbe avere tale “sparizione” sull’uso normale di tale valore?

Noi usiamo tutti i giorni valori che sono frutto di rapporti. Ad esempio, quando guidiamo l’auto, controlliamo il tachimetro e ci assicuriamo che la velocità indicata non superi la massima consentita. Tutti sappiamo che la velocità è il rapporto tra spazio e tempo, ma nessuno si sognerebbe di dire “vado a 90:1” per non perdere il concetto di rapporto. In realtà, all’automobilista non interessa affatto che sia un rapporto, ma desidera avere un valore (la velocità dell’auto) da confrontare con un altro valore (la velocità massima consentita dalla legge) al fine di non incorrere in sanzioni.

La stessa cosa vale nel caso del ROS: il radioamatore ha bisogno di un valore che gli confermi che l’adattamento dell’impianto d’antenna sia entro i limiti accettati dal suo apparato. Tant’è che si ottenere il medesimo risultato anche con indicatori a barrette, come quello dello Yaesu FT817, che dicono solo “adattamento buono”, o “medio” o “insufficiente” senza nemmeno sapere i valori reali.

Chi invece fosse interessato alla natura del ROS, cioè alle altre misure che combinate matematicamente danno questo valore, dovrebbe rivolgersi alla “targhetta” che descrive il dato, come si fa per ogni informazione numerica. Nella dicitura”ROS=x”, la descrizione completa del modo in cui viene ottenuto il valore è nella parola “ROS”: quella è la “chiave di ricerca” che consente di risalire alla formula originaria e di conseguenza a tutte le sue caratteristiche.

Vi sono altri casi in cui rapporti vengono espressi in forma irrisolta, ma ciò non è per non perdere il concetto di rapporto ma per aumentarne la fruibilità, specialmente quando il risultato è inferiore ad 1. Ad esempio leggendo la dicitura 1:25000 su una mappa sappiamo subito a vista che 1mm sulla mappa corrisponde a 25m nella realtà, mentre con l’equivalente risolto di “0.00004” dovremmo tirare fuori la calcolatrice.

Nel caso del ROS, invece, ciò non avviene. Dire “ROS=3:1” invece che “ROS=3” non aggiunge alcuna informazione e nemmeno ne aumenta la fruibilità. L’aggiunta di “:1” è pleonastica, tant’è che, come abbiamo visto, nessuno in campo professionale e ingegneristico, lo aggiunge.

Quello che non c’è, non si rompe

Come abbiamo visto, l’aggiungere “:1” ad un valore di ROS non porta alcun vantaggio. Ciò non toglie, invece, che il suo uso possa portare degli svantaggi.

Il primo esempio l’ha fornito involontariamente l’autore del post di Facebook con cui ho aperto l’articolo, confuso da questo pleonasmo al punto da scrivere “1:3”, cioè un valore impossibile. Certo, con un po’ di fantasia e leggendo il resto del testo si sarebbe capito benissimo che intendeva dire “3:1”. Però va rilevato che il voler aggiungere un elemento inutile (:1) ha avuto l’effetto di trasformare un dato esatto (3) in un valore privo di significato (1:3) che va interpretato.

E non sempre l’interpretazione è così ovvia. Mi sono capitati più volte casi di radioamatori che scrivevano “ROS=1:3” intendendo invece “ROS=1.3”. In tal caso, non si era nemmeno sicuri che la dicitura “1:3”, priva di significato, fosse stata in realtà 3 o 1.3, che sono due valori ben diversi!

In sostanza, l’aggiunta del “:1” non solo non è di alcuna utilità, ma come dimostrano i fatti, può ingenerare confusione.

Come diceva (forse) Henry Ford riguardo alle cose superflue, quello che non c’è, non si rompe.

 

 

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